Quattro chiacchiere con... Wulf Dorn

aprile 22, 2017

Buongiorno!
Finalmente anche io ho avuto la possibilità di conoscere Wulf Dorn in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo, Gli eredi, (trovate la recensione qui) e di passare un bellissimo pomeriggio in compagnia di altre blogger presso la casa editrice Corbaccio.
Colgo l'occasione per ringraziare ancora tantissimo la casa editrice per avermi permesso di incontrare l'autore e anche Wulf Dorn per essere stato così disponibile e gentile. È davvero una persona squisita e vi auguro con tutto il cuore di incontrarlo, un giorno.
Inoltre, come se non bastasse conoscerlo, mi sono perfino ritrovata accanto a lui durante l'intervista! Un sogno, ragazzi. E quella voce profonda... Le altre ragazze ed io eravamo completamente d'accordo sul fatto di farlo parlare il più possibile, nonostante non capissimo assolutamente nulla di tedesco.
Ora, però, vi lascio all'intervista - vi avviso che è lunga -, con poche ma bellissime parole che Wulf (ormai è diventato il mio migliore amico) ha detto a noi blogger alla fine dell'incontro.

Volevo ringraziarvi tantissimo per il vostro blog, per il vostro lavoro e per il da fare che vi date, perché una cosa è leggere un libro e ben altra è tentare di trasmettere agli altri quello che si è provato e mettere a disposizione così tante ore del proprio tempo. È veramente una cosa tutt'altro che scontata. Quindi, come autore, vi ringrazio tantissimo: sono davvero molto riconoscente per tutto ciò che fate per me e sono felice di vedere che esistono delle persone come voi.
1. Dopo aver letto romanzi quali La psichiatra e Incubo, mi aspettavo ancora uno psico-thriller, invece ne Gli eredi ho trovato un romanzo quasi prettamente di genere horror, che mi ha ricordato molto Stephen King. Ho trovato poca realtà e verosimiglianza e più fantasia. Come mai questo cambiamento dai tuoi lavori passati?

Io arrivo dal genere horror, perché i miei primi racconti erano proprio di quel genere. Qui mi premeva raccontare una storia che, partendo da dei fatti reali - perché ce ne sono tantissimi che mi hanno fornito uno spunto per questa storia - mi facesse guardare alla realtà secondo una determinata angolazione. È vero, in questa realtà si trovano tanti elementi horror, ma è proprio questo che, alla fine dei conti, porta la storia a funzionare.


2. Quindi, quella che racconti è una favola nera?

In realtà sì. L'intenzione della favola è quella di raccontare un certo argomento, un certo tema, in una maniera tale da trasportarlo verso chi lo ascolta e renderlo comprensibile. Quindi direi che questa definizione di favola nera è molto calzante.


3. Si può considerare una favola anche perché alla fine c'è la morale?

In un certo senso, sì. Direi, però, che qui non si tratta tanto di una morale, perché io non voglio dare un finale come quello delle favole, con - appunto - una morale. Il mio pensiero iniziale era quello di trasmettere un'idea che serbavo in me da tempo e non quello di dare una soluzione.
Il lettore stesso può trovare la propria soluzione, leggendo il libro, e tutti possono trovare un diverso finale per questa storia. Direi, anzi, che ogni lettore viene spronato a pensare a cosa si potrebbe fare di diverso.


4. I bambini nel tuo romanzo si ribellano quasi già nel grembo materno. Senza arrivare a questo estremismo, credi che l'unica possibilità per salvare il mondo sia effettivamente nei giovani?

Secondo me, i bambini qui sono un simbolo. Sono il simbolo, come ben sapete, del futuro.
Il pensiero che, però, mi ha mosso è stato questo: che cosa stiamo facendo noi del mondo in cui viviamo? Che cosa stiamo lasciando alle generazioni future? La reazione dei bambini rispetto al nostro comportamento e al mondo che stiamo lasciando loro, al nostro modo di risolvere i problemi così carico di violenza - guardiamo, per esempio, anche solo a livello politico cosa succede, come tentiamo di risolvere i conflitti mondiali - cerca di rendere evidente tutto ciò. E continuando in questa serie di pensieri si arriva a chiedersi: se non cambiamo il nostro modo di comportarci, cosa succederà? Cosa faranno le prossime generazioni? Faranno lo stesso oppure faranno una rivoluzione?


5. Sei passato da dei libri in cui era il passato a tornare a perseguitare i protagonisti e a uno in cui è il futuro quello che fa paura.

Noi ci troviamo esattamente a metà strada tra il passato e il futuro. Il passato è il punto da dove partiamo e il futuro è il punto verso il quale ci stiamo dirigendo. Ciò che è veramente decisivo è che noi dobbiamo imparare dal passato per tentare di creare un futuro veramente nuovo, altrimenti continuiamo a fare sempre le stesse cose che abbiamo già fatto centinaia di volte. E questo non sarebbe importante né da un punto di vista individuale, né da un punto di vista evolutivo.


6. Da quale storia reale sei partito a scrivere questo libro?

C'è tutta una sequenza che riguarda bambini di tutto il mondo, alle spalle di questa storia. Quando ho cominciato a fare le ricerche, ho letto i rapporti annuali dell'UNICEF e quello che io ho messo in questo libro non è altro che una minuscola percentuale, una parte piccolissima di tutto quello che si può leggere in essi, di tutto ciò che sono i destini di queste creature. Io ho messo soltanto una piccola parte a fini dimostrativi. Leggendo i rapporti, ci si accorge veramente di che cosa succede a questi bambini e ci si rende conto che ciò che loro vivono è uno dei peggiori horror che ci possano essere. Ritengo, pertanto, davvero importante che esistano delle istituzioni come l'UNICEF che si impegnano per la salvaguardia di queste vite.


7. Un'immagine che mi ha colpita molto nel romanzo è quella della bambina che riceve per il compleanno un'arma. Secondo te, cosa spinge un genitore a regalare un'arma a un bambino?

(Ride, dicendo che è davvero un'ottima domanda) Accade veramente ciò che è scritto nel libro. Esiste veramente questa ditta che vende tanti prodotti, tra i quali anche queste armi modello Hello Kitty. Ed è scioccante vedere come ditte di questo genere esistano nella realtà e il fatto che producano non solo armi, ma anche fumetti, per esempio. È tutto un po' come il mondo di Barbie, ma fatto di armi. E non è affatto un'eccezione: se guardi su Youtube, per esempio, ti rendi conto di quanti genitori ci siano, tutti fieri di star insegnando ai propri figli l'uso delle armi.
Direi che questo è tipicamente americano; forse da noi non è proprio così. Quando sono stato negli USA, ho visto con i miei occhi il culto delle armi: tutti hanno un'arma a casa loro... non è un caso che gli Stati Uniti abbiano la più alta percentuale di omicidi. Inoltre, le armi vengono anche utilizzate per risolvere i conflitti, oserei aggiungere definitivamente.
La scena di cui parli tu è stata molto impegnativa dal punto di vista creativo e, se ci fate caso, all'interno del romanzo nomino anche una serie di fotografie e il fotografo che le ha scattate che ritraggono una bambina che presenta la sua prima arma.


8. Però per gli Stati Uniti è proprio un problema culturale e storico. La loro costituzione è ancora quella di fine Settecento, per cui l'idea è che sei autorizzato ad armarti per difendere la tua proprietà. Negli USA, quindi, questa idea è rimasta anche nel 2017. Il problema di adesso è che alcuni vorrebbero introdurre l'uso delle armi anche qui in Europa...

Esatto. Direi proprio che esiste questa tendenza in tutta Europa, in un'Europa che ha una storia veramente antichissima e delle tradizioni altrettanto antiche, che purtroppo vengono messe in pericolo da questa forma di stupidità.


9. La tua prefazione e il rientro a casa di Robert, secondo me, rappresentano l'apice di tutta questa storia. L'incipit è essenziale. Tu dici che i bambini dovrebbero cambiare le regole del gioco, ma in questi ultimi giorni sono successe cose indicibili, compiute proprio da dei giovani, da degli ex bambini. Sentendo queste notizie, devo ammettere che mi sento impaurito, perché noi possiamo, certo, lavorare sul futuro, ma non riesco comunque a capire cosa stia succedendo. Perché i ragazzi si comportano in questo modo? Dove sta andando il mondo?

Il problema è proprio questo. Ed è la stessa domanda che io mi sono posto per scrivere questo libro. Non ho una risposta, ho solo delle possibili risposte. Se noi, però, non cambiamo niente nel nostro atteggiamento e nel nostro presente, cosa succederà? Mi sembra di essere ritornato indietro negli anni, alla bomba atomica e alla minaccia nucleare.
Nel nostro mondo c'è un paradosso: le armi e la violenza per la ottenere la pace.
Se non si cambia questa idea, come sarà il futuro dei nostri figli? C'è sempre il tentativo di usare la violenza per ottenere la pace e risolvere i problemi e questo è un problema che, però, ci riguarda tutti da vicino. Un singolo non può risolvere tutti i problemi del mondo da solo, però possiamo, intanto, cominciare a dare l'esempio: se uno inizia a farlo, poi magari altri seguiranno il suo esempio e piano piano tutti potranno imparare. È questa la cosa nella quale voglio credere.


10. C'è un punto del romanzo in cui scrivi: "Credo che noi adulti commettiamo spesso il grande errore di sottovalutare i bambini. Siamo stati anche noi bambini, avevamo domande, avevamo risposte". Com'è stato Wulf Dorn da bambino? Avevi anche tu domande? Quali risposte ti davi? Hai avuto la sensazione di non essere ascoltato dagli adulti e, quindi, hai mai provato un senso di frustrazione? Magari è anche per questo che hai voluto scrivere questo romanzo?

Il fatto che i bambini vengano troppo spesso sottovalutati è una cosa che mi balza all'occhio tutte le volte che parlo con loro. I bambini hanno un loro modo di pensare. Noi, da adulti, abbiamo un'altra forma mentis, pensiamo in maniera più complessa. E ve lo posso dimostrare. Provate a pensare tutti a una cosa che è piccola, verde e triangolare. Cosa vi viene in mente?
(Risposte di noi blogger: una rana, una foglia, uno stelo d'erba, un albero, una pietra.)
Ho sentito un sacco di soluzioni diverse. Il bambino, però, risponderebbe semplicemente un triangolo piccolo e verde.
Ed è per questo che finiamo sempre per sottovalutare i bambini. È un fatto appurato. I bambini hanno un modo diverso di affrontare la conversazione e determinate cose le potremmo davvero imparare da loro.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, io sono sempre stato un bambino molto curioso. La mia seconda camera da letto era praticamente la biblioteca comunale. Ho letto di tutto e ho continuato a fare un sacco di domande agli adulti. Loro mi hanno sempre dato le risposte che cercavo, ma se la risposta, per caso, non arrivava, allora passavo alla lettura. In tempi in cui internet non esisteva, chiaramente alla lettura di libri.


11. La scena delle farfalle, sentendo anche gli altri blogger, ha inquietato un po' tutti. Gli animali nel libro vengono presi come esempio - vedi anche solo quando il papà dice che i pesci si muovono in banchi per sfuggire al predatore. Mi sembra che ci sia un rapporto particolare tra loro e i bambini e mi piacerebbe saperne di più.

Beh, molto di ciò che ho scritto si basa semplicemente sull'osservazione. Io sono cresciuto in campagna - ho avuto questa fortuna - e mi piace davvero tanto immergermi nella natura. Credo che le cose che osserviamo finiscano per influenzarci. Per esempio, vicino a dove abito io c'è un fiume e lì ci sono un sacco di anatre e di uccelli d'acqua; quindi, mi capita di osservare come questi si riuniscano in gruppo, come se fosse una forma di protezione.
Per quanto riguarda la scena dei pesci, essa mi serviva per dimostrare come la natura riesca a essere così fantasticamente intelligente da creare sempre nuove strategie di vita e sopravvivenza. Il fatto di unirsi in un unico banco e diventare un solo essere rappresenta un importantissimo passo evolutivo.
E lo stesso accade alla bambina, tutta ricoperta di farfalle: è un'altra strategia, un altro passo evolutivo.
Nella prima versione di questo libro non doveva esserci la scena delle farfalle, perché avevo pensato a una scena che si svolgeva in una gabbia di scimmie. Le scimmie, nella mia immaginazione, avrebbero dovuto ribellarsi agli esseri umani, lanciandosi contro le sbarre della gabbia e tentando di attaccare l'uomo. Mi sembrava che fosse più chiara come immagine, poiché le scimmie sono molto più simili agli esseri umani. Poi, però, questa scena è stata tolta, perché ho ritenuto che fosse migliore - e, in accordo con voi, più inquietante - l'idea delle farfalle.


12. Rimanendo sul tema del rapporto tra animali e bambini, secondo te, questi ultimi sono più vicini a quella parte istintiva che accomuna tutti i viventi? Dato che anche loro, poi, si uniscono in gruppo, significa che un bambino è più spontaneo e istintivo rispetto a un adulto e risponde meglio alla sua natura e non alle regole imposte da altri?

Sì, certo, i bambini sono molto più vicini all'origine di tutta la natura, sono molto più istintivi. Per dirla in poche parole, sono il "triangolino verde" di cui parlavamo prima. Essi sono, quindi, più lontani da tutta una serie di regole, da tutto ciò che noi abbiamo creato per mettere in campo una vita disciplinata e civile, necessaria per vivere tutti insieme. Facendo ciò, però, noi finiamo con il perdere il contatto con la parte più originaria di noi stessi, per cui per risolvere i problemi con il vicino di casa finiamo per usare la violenza, invece che tentare di trovare soluzioni sensate.


13. È stato molto bello anche parlare di una gravidanza che sconvolge la vita sia degli uomini, completamente immersi nella loro carriera, sia delle donne, alle quali si presentano mille e mille difficoltà al solo sapere di aspettare un bambino. Mi è piaciuto il fatto che nel momento in cui Laura scopre di aspettare un figlio, la donna prenda consapevolezza, attraverso di lui, del male che la circonda, proprio come se fosse stato lui a farle aprire gli occhi. È un modo per cercare di spingere i futuri genitori a chiedersi cosa stiano lasciando ai loro figli?

Per me, Laura è proprio la parabola e il simbolo della nostra società. Io, naturalmente, posso parlare soltanto della società nella quale vivo, ma vedo che attorno a me c'è un sacco di gente che pensa solo a quello che sta facendo nel momento presente. In Germania c'è stata una analisi dei testi delle canzoni degli ultimi decenni e sono state prese in considerazione tre parole in particolare: io, tu e noi. Tramite questa analisi, abbiamo potuto verificare che la parola che compare con maggiore frequenza è io. Siamo una società fortemente egocentrica. Pensiamo principalmente a noi stessi, alla nostra carriera, al nostro benessere e molto poco a quello che succederà poi.
Laura attraverso questa gravidanza si trova precisamente in questa situazione, si interroga su cosa sarà dopo, perché in quel momento lei non è più solo responsabile di se stessa, ma anche della nuova vita che porta in sé.
Naturalmente, non è necessario che sia proprio una gravidanza a scatenare questa cosa: nella vita di tutti può arrivare un momento preciso in cui si inizia a pensare a quale possa essere il proprio ruolo nel mondo, a cosa sta lasciando per il mondo. Era questa la mia intenzione con Gli eredi: dobbiamo iniziare a prenderci il tempo che ci serve per pensare a quale sia il peso della nostra esistenza, in previsione del futuro di questo mondo.


14. Una curiosità. Il titolo in tedesco è Die Kinder, I bambini, mentre quello italiano è Gli eredi, che secondo me sposta completamente l'attenzione. I bambini poteva essere qualsiasi tipo di libro, Gli eredi, invece, dà una profondità enorme.

Questo è un punto a favore della casa editrice Corbaccio. Ho anche provato a far adottare lo stesso titolo alla casa editrice tedesca, perché mi sembra che esso conferisca maggiore profondità e senso a tutta la storia. Qui non si parla soltanto dei bambini; Robert alla fine capisce perfettamente che la generazione precedente ha avvelenato il mondo. E sono veramente felice di questo titolo.
È interessante vedere come un editore, a volte, si impegni moltissimo per tutto ciò che sta alle spalle di un libro e non soltanto per l'oggetto in sé. Spesso il titolo viene scelto sulla base del fatto che serve un nome per una certa storia e questo è quello che è successo in Germania.
In Inghilterra, invece, dove il libro sta per uscire, il titolo tedesco non poteva essere tradotto direttamente perché c'era già un libro uscito con quello stesso titolo, The Children, e in più abbiamo scoperto che c'era anche un film horror con dei bambini cattivi posseduti da - forse - alieni con il medesimo titolo. Quindi, dovevamo trovare un terzo titolo per la stessa storia e si è pensato a una frase che ritroviamo proprio all'inizio, quando Laura parla a Robert, e poi nell'epilogo, One Final Stone. È un titolo che mi sembra davvero azzeccatissimo.


15. Ricollegandomi a quello che è stato detto prima sui bambini, quando si studia psicologia infantile si dice che i bambini tendono a imparare per imitazione. Alla fine, quindi, non sono tanto i bambini a dover cambiare, ma siamo noi a dover cambiare ciò che insegniamo e ciò che facciamo, affinché i bambini assorbano come delle spugne un nuovo modo di vivere e di pensare.

Sì, sono completamente d'accordo con te. Ed è quello che, in definitiva, Laura dice a un certo punto, quando sostiene che siamo noi i mostri, non i bambini. Questo è proprio ciò che noi dovremmo imparare e che dovrebbe spingerci a migliorare.


16. Una cosa che torna nei tuoi libri sono le voci e in un'intervista avevi anche detto che, da bambino, andavi al cimitero per cercare di registrare, appunto, le voci dei morti.

Sì sì, è proprio vero. Da qualche parte dovrei ancora avere delle cassette. Io tentavo in continuazione di registrare delle voci, ma non ce l'ho mai fatta... al massimo si sente qualche rumore di sottofondo. A ripensarci, però, potrei provare anche con il computer per vedere se a distanza di tempo salta fuori qualcosa.


17. Le emozioni che si provano leggendo Gli eredi sono ansia, inquietudine, paura. Qual è, però, l'emozione dello scrittore, soprattutto nella stesura di determinate scene? Come hai dormito, dopo averle scritte?

Ho dormito benissimo, perché nel momento in cui scrivi, ciò che scrivi sono le tue paure e durante la stesura del romanzo le rivivi. Diciamo che io, queste paure, le ho utilizzate come uno strumento che mi permette di trasmettere al lettore determinate sensazioni e, essendo le mie paure quelle che metto in gioco, poi esse risultano autentiche. Posso solo sperare che le mie parole facciano effetto anche sul lettore. Scrivere delle mie paure è proprio una forma di catarsi: le vivo, le elaboro e poi riesco a dormire.


18. È presto per chiederti sei stai lavorando a nuovi progetti?

No, non è troppo presto e sì, sto lavorando a un nuovo progetto. Non so ancora quando uscirà, forse nel corso del prossimo anno. Il problema è che in Germania io collaboro con due case editrici e in una di queste c'è in atto un cambiamento di personale. Per questa ragione non so ancora determinare l'uscita della nuova storia. Non è improbabile, però, che esca prima in Italia.


19. In un'altra intervista ci avevi detto che avevi in mente di scrivere un libro di ricette: come procede, invece, questo progetto?

L'idea originaria era quella di prendermi sei mesi o un anno di tempo, fare un bel viaggio per l'Italia e parlare con gli anziani per conoscere le ricette di famiglia e raccoglierle in un unico libro, perché la cucina italiana è una delle migliori del mondo. Ci vuole molto tempo, però, per questo progetto e non so se in questo momento un libro di ricette sia proprio quello che i mie lettori vogliono da me.
Potrei anche pensare non soltanto di raccogliere in un libro tante ricette, ma anche di scrivere un libro parallelo con tutti gli omicidi che ci sono stati nei luoghi delle ricette stesse.


20. Quali sono i consigli che daresti a una persona che vuole fare della scrittura il suo mestiere?

Intanto, tutte le paure che riguardano ciò che scrivi - se sarà bello o meno - buttale via e non ci pensare affatto.
Il primo consiglio è: pensa a cosa ti affascina nella storia che stai scrivendo e questo ti aiuterà a trovare la voce giusta. Pensa alla pubblicità della Nike che dice "Just do it", "Fallo e basta".
Il secondo è: quando un giovane desidera fare il pittore cosa fa? Si mette a studiare i grandi della pittura e a tentare di carpirne e capirne i segreti, si domanda e osserva come dipingesse Monet o Picasso. Poi tenta di copiarli e attraverso questa azione del copiare tenta di capire le tecniche di pittura e di riprodurle. Questo aiuta a sviluppare una propria tecnica, una propria mano. E per la scrittura funziona allo stesso modo, però è più facile, perché non hai a che fare con pennelli o con le tele. Devi, però, leggere con attenzione sia i libri che ti piacciono, sia quelli che non ti piacciono e capire perché non ti sono piaciuti. Nella scrittura non ci sono segreti, è tutto lì da vedere, da leggere, nero su bianco. Per usare una formula standard: devi imparare attraverso il copiare.
Il terzo punto: nella scrittura ciò che è decisivo è il fatto che ciò che racconti non sei te stesso, ma la storia. Scegli l'argomento e poi conferiscigli un linguaggio.


21. Quali sono, secondo te, i tre passi fondamentali per scrivere un thriller perfetto?

(Ride) Credo che chi scoprirà quali siano questi tre passi scriverà un super best-seller, ma c'è una legge fondamentale che uno scrittore di thriller deve assolutamente rispettare: non devi annoiare.
La cosa importante in una storia è che essa, nel momento in cui viene pensata e scritta, comincia a sviluppare un proprio ritmo e un proprio linguaggio; in questo modo, tu, scrittore, inizi subito a renderti conto di che cosa funziona e cosa no, un po' come è successo a me per la scena delle farfalle, che si è sostituita a quella delle scimmie. Le scimmie erano veramente troppo e ho dovuto eliminarle dal libro.
E, ricollegandomi alla domanda "Dormi bene?", solo se tu riesci a provare la paura che descrivi, la proverà anche il lettore. Quindi, un ulteriore comandamento è sii sempre sincero.



You Might Also Like

0 commenti

Popular Posts