La fine della solitudine - Benedict Wells

luglio 10, 2017


Buongiorno, bookscatchers, e buon inizio settimana!
Nel weekend ho completamente staccato la spina e mi sono dedicata alla lettura de La fine della solitudine, un libro super acclamato in Germania e che mi è stato gentilmente inviato dalla Salani. Sperando di riuscire a essere più presente qui sul blog, eccomi qui per parlare di questo romanzo con voi!

TITOLO: LA FINE DELLA SOLITUDINE
AUTORE: Benedict Wells
CASA EDITRICE: Salani Editore
COLLANA: Romanzo
PAGINE: 307
PREZZO DI COPERTINA: 15,90 €
EBOOK: 9,99 €
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SINOSSI
Jules sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è solo la sua storia. È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi. Più di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro perdersi, ritrovarsi e salvarsi. Ma questa è soprattutto la storia di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole attraverso la letteratura e la musica. Dalla voce di un giovane e già osannato talento della narrativa tedesca, un grande romanzo sulla magia della scrittura che salva dal male. Un libro che commuove e fa sorridere, senza retorica né sentimentalismi, scritto in una prosa coinvolgente come il racconto di un sopravvissuto, chiara come una lama che affonda con dolcezza nelle nostre paure, calda come l’immagine di una foto ritrovata dopo lungo tempo.


RECENSIONE
Devo ammettere che, leggendo la prima parte de La fine della solitudine, non mi sembrava che potesse essere un romanzo nelle mie corde, perché era tanto, troppo pessimista per me. (Insomma, penso che la famiglia Moreau possa essere definita il #maiunagioia per eccellenza.)
Nonostante questa iniziale titubanza, ho voluto andare avanti a leggere questo libro per vedere se la situazione potesse migliorare e per fare in tutti i modi possibili il tifo per Jules e i suoi fratelli, affinché anche loro riuscissero a trovare, finalmente, la felicità - o almeno una parvenza di essa.
La fine della solitudine è un romanzo intenso, pieno di emozioni.
È un romanzo che spesso lascia a bocca aperta e che fa venire le lacrime agli occhi, sia durante i pochi momenti positivi, sia nei molti altri negativi.
È un romanzo che mi ha permesso di pormi delle domande circa le scelte che ognuno di noi fa o è costretto a fare nel corso della sua vita e che mi ha dato anche modo di ottenere molte risposte.
È un romanzo che parla non solo di solitudine, ma anche di amore, amicizia e unione, perché "la solitudine [...] si può combattere solo insieme".
I personaggi, principali o secondari che siano, sono ben indagati e la crescita che Jules, Liz, Marty (e Alva) compiono nel corso delle pagine è stupenda: nonostante, infatti, mantengano alcune caratteristiche che li caratterizzano dall'inizio alla fine del libro, ciò che affrontano permette loro di percorrere un cammino che, alla fine, li porterà a ricongiungersi, perché "tutto torna".
Le ultime cinquanta pagine mi hanno fatto provare tantissime emozioni e credo che il finale di questo romanzo sia assolutamente perfetto, nonostante la sua malinconia, le sue parole non dette e le sue assenze.
Concludendo, vorrei riproporvi qui una frase che Benedict Wells fa "dire" (in realtà, la pensa e basta) a Jules e che, a parer mio, è davvero capace di racchiudere in poche righe l'essenza de La fine della solitudine.

"A partire dalla morte dei miei genitori ho avuto, fin da bambino, la sensazione di vivere la vita sbagliata. Mi sono chiesto, con più foga ancora dei miei fratelli, quanto le vicissitudini della mia infanzia e della mia adolescenza mi abbiano condizionato, e solo più tardi ho capito che in realtà sono solo io l'architetto della mia esistenza. Lo sono sia che permetta al passato di influenzarmi, sia che, al contrario, opponga resistenza. [...] Quest'altra vita, in cui ormai ho lasciato tracce tangibili, non può essere quella sbagliata.
Perché è la mia." 


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